“La Memoria non passa” il ricordo della Prof. Floriana Sacchetti del padre deportato ciociaro a Dachau

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Se gli uomini hanno sofferto le atrocità naziste, se una parte di umanità ha cercato di sopravvivere ai campi di sterminio è perché i sopravvissuti, in un tempo successivo, avessero l’obbligo di raccontare quel che avevano vissuto e in questo modo evitare che, con la loro morte, finisse per sempre la speranza di testimoniare. Primo Levi chiamava questi individui “i salvati”, attribuendo a questo termine un significato negativo perché il senso di colpa che essi provavano era pari all’orrore che avevano toccato con mano. Noi, però, dobbiamo dire grazie ai “salvati” perché grazie a essi i nostri alunni hanno la possibilità di conoscere la loro storia umana. Di solito gli alunni sono abituati a interagire con una memoria che si manifesta con le parole. Eppure non ci sono soltanto le parole per tenere viva la memoria. Ci sono anche i disegni, le opere grafiche e pittoriche. Ed è proprio grazie al racconto scritto e al linguaggio delle immagini, raccolte nel volume di scritti di Michele Aldo Sacchetti “La Memoria non passa”, che gli alunni delle quinte classi dell’Istituto Comprensivo di Boville Ernica hanno celebrato il valore della memoria nella ricorrenza del 31 gennaio presso la scuola Primaria Capoluogo di Boville, preparandosi a incontrare la figlia del sopravvissuto a Dachau, alla presenza del Dirigente Scolastico Prof. Giacomo La Montagna, della Prof.ssa Scarano, del Sindaco Perciballi, del Preside Prof. Mastrantoni.

Aldo Sacchetti era un uomo di Vallecorsa, un nostro conterraneo. Dal 1940 ha partecipato come soldato alle azioni di guerra sul fronte alpino occidentale, dove ha partecipato all’occupazione della città di Tolone, in Francia, e sul fronte greco-albanese nei Balcani, nel Montenegro. Dopo essere stato catturato dai tedeschi sulle Alpi Apuane ed essere stato poi internato a Dachau, in Germania, fu liberato dal campo di sterminio il 29 aprile del 1945. Una volta rientrato in patria, Sacchetti ha affidato anche al linguaggio della pittura, oltre che al racconto poetico-letterario, la propria testimonianza di “salvato”. Guardare i suoi quadri, ascoltare le sue parole è risultata, per gli alunni, un’esperienza di forte impatto educativo. Il Dirigente Scolastico, Prof. Giacomo La Montagna, nel suo intervento ha ricordato l’importanza cardine della memoria perché – ha affermato – purtroppo “esistono ancora i negazionisti, cioè coloro i quali continuano a sostenere la falsità di chi è stato vittima degli eventi tragici dell’Olocausto in Italia e nel mondo, ed è questa la ragione per cui insistere su eventi di questo tipo, utili a suscitare le coscienze e la sensibilità dei giovani che diventeranno il Paese di domani. Il ruolo dei docenti in questo senso è determinante. Essi infatti, nel processo educativo a cui sono chiamati, svolgono una funzione determinante nell’acquisizione di una coscienza critica (o un’autocoscienza), essendo l’anello di congiunzione tra l’identità di una nazione (che ci è stata consegnata dalla tradizione, dalla cultura) e i territori del domani (di speranza, di futuro) che soltanto lo studio è in grado di spalancare.”.

La Professoressa Floriana Sacchetti, figlia del deportato ciociaro a Dachau, insegnante di arte, ha raccontato ai bambini la storia della sua vita trascorsa accanto al padre, poeta, fotografo, artista, soldato italiano deportato e poi salvatosi dalla morte. Nel resoconto che la Professoressa Sacchetti ha composto con parole gravide di commozione e particolarmente toccanti, viene fuori un ritratto di uomo inizialmente riservato e schivo nel parlare dell’esperienza tragica che gli è toccato vivere. Soltanto molti anni più tardi, al tempo della contestazione studentesca nel ’68, è cominciato tra loro due il dialogo: un dialogo nato dal dissenso della figlia nei confronti del protezionismo americano, a cui il padre ha reagito schierandosi in difesa degli Stati Uniti, nei confronti dei quali egli nutriva infinita riconoscenza. Decisivo ai fini della comprensione profonda dell’Olocausto è stato anche un viaggio in Germania, organizzato in occasione delle olimpiadi di Monaco del 1972, quando il padre fece visitare le baracche di Dachau così com’erano durante la prigionia, quando ancora non erano state musealizzate. Di fronte a quel panorama che continuava a respirare di un’aria di morte è avvenuta una specie di conversione: la figlia non soltanto ha compreso fino in fondo le sofferenze, ma ha deciso di raccontare ai giovani gli orrori che aveva percepito, coadiuvando il padre nella missione di testimone.

Anche il Preside Prof. Mastrantoni, presente al dibattitto, ha ricordato il valore dello studio come unico antidoto alla violenza e agli orrori della Storia. E lo ha fatto portando un esempio concreto. Egli, infatti, conosceva Aldo Sacchetti, ma solo dopo la pubblicazione del volume aveva scoperto che era stato deportato. Il suo, dunque, è stato un intervento che ha inteso ribadire la necessità di documentare, raccontare, lasciare in eredità ai giovani un patrimonio di storie: quelle che riguardano gli ebrei, ma anche altre, le meno conosciute, come per esempio quella dei soldati italiani nel Dodecanneso o il genocidio del popolo armeno, avvenuto nei primi decenni del Novecento per mano dei Turchi.

Al termine degli interventi dei relatori, le docenti delle V capoluogo, Ornella Cippitelli, insegnante di italiano che ha preparato con cura e dedizione tutti i bambini, Desirée Stolfa, Giulia De Paulis, Flora Ottaviani, che si è dedicata con la consueta professionalità alla scelta dei brani e alla preparazione del coro, il tutto, sotto la direzione attenta, scrupolosa e competente della maestra Lina Trapani, responsabile del laboratorio di lettura, le fiduciarie Margherita Marchionni, Flavia Passi, le insegnanti delle IV Marta Perelli e Luigina del Bove, e il personale della scuola Franca Onorati e Assunta Cinelli; hanno fatto leggere poesie, racconti, domande. Dopodiché gli alunni, accompagnati dai Professori Augusto Colasanti e Emilio Fiorini, hanno eseguito in coro brani sullo sterminio perpetrato ad Auschwitz ed esposto le immagini da loro riprodotte su cartelloni. Queste ultime, probabilmente con una dimensione emotiva altrettanto intensa degli scritti, rendono l’esperienza del male e arrivano a toccare in profondità i sentimenti dei più sensibili, facendo leva sul linguaggio dei colori e delle figure, che riproducono in forma meno astratta rispetto alle parole la dimensione corporea del racconto, la parte concreta della specie umana che i lager avevano l’obiettivo di annientare.

Paola Di Scanno